Norme editoriali: e quando non ci sono?

maggio 22, 2012 at 9:14 am 11 commenti

Con questo post torniamo, come si suol dire, ai fondamentali: norme editoriali e uniformità del testo.

Chiunque abbia avuto un’esperienza anche minima nella correzione bozze avrà imparato che uno degli elementi chiave del lavoro di un redattore è garantire l’uniformità, ossia far sì che una pubblicazione risulti formalmente omogenea: note, elenchi, citazioni, maiuscole, cifre, virgolette, voci bibliografiche devono esprimere una coerenza interna che viene regolata dalle norme fornite dal committente, specie se si tratta di un editore.

Non sempre, tuttavia, correggiamo saggi e romanzi per case editrici, e anche senza contare i progetti in qualche modo estranei al mondo del libro non è infrequente incappare in editori improvvisati e inesperti che non hanno mai prodotto un normario e si affidano alla nostra competenza. Inoltre, un elenco di norme può coprire le linee guida di una collana, ma non riuscirà mai a regolare la casistica specifica di ogni singolo testo, influenzata dall’argomento, dallo stile dell’autore e dal buon senso. Come ci si comporta quando le norme dobbiamo integrarle o “inventarle” noi?

Per i casi più generali, in assenza di indicazioni possiamo regolarci sulla base delle regole più comunemente utilizzate (ne abbiamo raccolte alcune qui). Per tutte le altre occasioni sarà opportuno costruire un metodo efficace, per il quale vorremmo offrirvi qualche suggerimento.

Cominciamo con la lettura del testo. Ogni volta che incontriamo un elemento che verosimilmente necessita di uniformazione, per esempio la parola “vicepresidente”, fermiamoci e prendiamo un appunto (su carta o su file, secondo le preferenze). Con lo strumento Trova (o analogo) verifichiamo quanto spesso il termine compare e in che forma (vice presidente, vicepresidente, vice-presidente, ma anche vice Presidente o Vicepresidente), in che forma si trovano casi analoghi (cerchiamo tutti i “vice” che compaiono nel testo, così potremo individuare anche i vari vicepreside o… vicesceriffo). Ragioniamo sulla situazione: possiamo decidere di uniformare a maggioranza, cioè scegliere semplicemente la formula più frequentemente utilizzata – poniamo “vicepresidente” e analoghi – e trasformarla in regola, oppure decidere di uniformare in base ad altri parametri. Per esempio se la variante più usata è quella con la maiuscola ma noi riteniamo preferibile non eccedere con le maiuscole, allora “abbasseremo” tutte quelle P e V; viceversa, in un contesto nel quale la figura del presidente o del suo vice è di per sé rilevante (ad esempio una pubblicazione aziendale celebrativa) ed è necessario enfatizzarne l’importanza, potremmo decidere di “alzarle” tutte.

Aiutandoci con lo strumento Sostituisci, incominciamo a ripulire il testo uniformando tutte le occorrenze che è possibile scovare. Bisogna poi considerare il fatto che la stessa norma dovrà essere estesa a tutti i casi simili: tutti i composti con “vice” andranno adattati di conseguenza, sempre grazie allo strumento automatico, da utilizzare rigorosamente con il controllo singolo e non con l’opzione Sostituisci tutto, che è prematura e foriera di danni a questo stadio della revisione. Nel nostro foglio degli appunti scriveremo dunque le prime delle nostre norme provvisorie:

- tutti i composti con vice- vanno scritti [ad esempio] senza spazio e senza maiuscole.

- supponiamo che i “ruoli” come presidente, preside, sceriffo vadano scritti tutti in minuscolo.

A questo punto viene spontaneo allargare il campo: se i “vice” si mettono senza spazio, stesso destino toccherà verosimilmente agli “extra”, ai “post”, ma anche per analogia ai “sotto” (quindi sottoterra, sottocoperta… che fare con “sotto zero”? Torniamo a ragionare dall’inizio e decidiamo se farne un’eccezione oppure ricominciare tutto da capo modificando la regola). Cerchiamoli e uniformiamoli tutti. Facciamoci venire altri dubbi – anzi, più dubbi possibile – a macchia d’olio: se scriviamo “presidente” minuscolo, come scriveremo “ceo”? E’ un “ruolo”, ma anche una sigla. Prendiamo un appunto e proponiamoci di ragionare subito dopo sulle sigle. Fra l’altro, vogliamo davvero servirci di un acronimo straniero o preferiamo sostituire i prestiti anglofoni con un corrispettivo italiano? Altro appunto sull’uso di termini stranieri. A proposito, basandoci sul tipo di testo come uniformeremo questi ultimi, tutti in corsivo, tutti in tondo, declinati o scegliendo forme diverse secondo l’uso comune? Altro appunto ancora. Mentre procediamo incrociamo via via i dati e verifichiamo se l’impianto provvisorio delle norme tiene o se inizia a sembrarci insensato.

All’inizio la lettura sarà molto lenta e le incertezze saranno numerose. Passo dopo passo, però, vedremo emergere un testo sempre più pulito e un normario articolato e coerente. Quando la prima lettura è terminata e ci riteniamo soddisfatti, mettiamo in ordine i nostri appunti secondo una classificazione comprensibile, chiediamoci ancora una volta se le nostre scelte sono condivisibili (nessuno dovrebbe essere tentato di chiederci la ragione delle nostre decisioni: il perché delle medesime dovrebbe risultare evidente), quindi procediamo alla vera e propria correzione della bozza, attraverso la quale (oltre naturalmente a correggere il testo in ogni suo aspetto) potremo sistemare i casi sfuggiti al controllo automatico e introdurre qualche ulteriore modifica alla lista delle uniformazioni.

Sottoponiamo il nostro normario al cliente per rendere conto del nostro operato e chiederne l’approvazione, e conserviamolo con attenzione: lo utilizzeremo di nuovo per rivedere l’ultima bozza e ci tornerà utile per eventuali altri incarichi provenienti dallo stesso committente.

Oltre a migliorare le nostre capacità e affinare l’esperienza, aiutandoci a lavorare sempre meglio, questo complesso esercizio ha un vantaggio ulteriore: il cliente poco esperto che riceverà un elenco di norme ben organizzato e sensato si renderà più facilmente conto di quanta attenzione avremo dedicato al suo progetto, si accorgerà che siamo in grado di pensare a cose alle quali lui non avrebbe mai pensato e avrà la sensazione che  pagarci e tornare a rivolgersi a noi sia una scelta conveniente.

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Sorpresa, il futuro (via Faber blog) Correzione di bozze: unire i file

11 commenti Add your own

  • 1. Precariamamma  |  maggio 22, 2012 alle 9:36 am

    che dire dei testi che ti arrivano in bozza CARTACEA senza aver mai subito alcun tipo di revisione sulle uniformità? Da incubo…

    Rispondi
    • 2. correttricedibozze  |  maggio 22, 2012 alle 3:23 pm

      Sì, è un vezzo che anche io trovo un po’ strano, ma che ormai fa parte della loro tradizione.
      Certamente, santo vocabolario deve essere la base!

      Rispondi
  • 3. correttricedibozze  |  maggio 22, 2012 alle 10:59 am

    un suicidio! :-)

    Rispondi
  • 4. Calembour  |  maggio 22, 2012 alle 2:40 pm

    Ma, hai visto che Einaudi mette sul sì affermativo l’accento acuto? E anche su più lo mette acuto?
    Boh!!!
    Ciao, comunque io seguo il vocabolario e Roberto Lesina, oltre che il senso del testo e lo stile dello scrittore.
    Simonetta

    Rispondi
    • 5. Eleonora Marcuccio  |  maggio 24, 2012 alle 10:42 am

      Ciao, anche io metto sempre l’accento acuto su tutte le “i” e le “u”…norme da filologo!

      Rispondi
      • 6. correttricedibozze  |  maggio 24, 2012 alle 1:20 pm

        Allora forse puoi aiutarci a capire meglio da dove nasce questa consuetudine!

      • 7. Eleonora Marcuccio  |  luglio 12, 2012 alle 10:25 am

        Scusate innanzitutto per il ritardo con cui rispondo.
        Non si tratta di consuetudine, ma di precisere regole fonetiche e grafiche. Foneticamente, infatti; “i” e “u” hanno sempre una pronuncia chiusa, come per la “a” la pronuncia è sempre aperta. Solo la “e” e la “o” hanno la doppia pronuncia, sia aperta che chiusa. Per questo motivo le vocali in italiano, non sono 5 come si pensa, ma sette (a causa, appunto della distinzione tra “e” e “o” chiusa e aperta. trasformando tutto questo graficamente, la pronuncia chiusa si trascrive con l’accento acuto, quella aperta con l’accento grave. per cui le “u” e le “i” avranno sempre l’accento acuto, la “a” l’accento grave, “e” e “o” secondo le norme fonetiche.
        Spero di essere stata esaustiva e chiara. Qualora abbiate bisogno di altri chiarimenti, sono sempre a disposizione…cercherò di rispondere velocemente la prossima volta!

  • 8. Correzione di bozze: unire i file « correttore bozze  |  luglio 26, 2012 alle 8:57 am

    [...] originarie per impostare in un sol colpo gli stili che occorrono a noi, applicare tutte le uniformità e le norme editoriali, eseguire i controlli necessari (inclusa una scrematura con il correttore [...]

    Rispondi
  • 9. Gloria Gaetano  |  settembre 23, 2012 alle 2:20 pm

    Ho assolutamente bisogno di un efficiente agente che diffonda il mio libro, che si pubblicherà tra poco. Non sarebbe male cominciare a diffonderne l’uscita con sinossi etc da adesso. Vi pare? Si chiama ritorno all’isola.

    Rispondi
  • 10. Gloria Gaetano  |  settembre 23, 2012 alle 2:22 pm

    Ma soprattutto per contattare minimum fax, Garzanti Fazi FASSINELLI, e/o E GRUPPO rIZZOLI. INVIARE SINOSSI E PAGINA SU STILE. pROPAGANDARE SUI GIORNALI.

    Rispondi

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