Correzione bozze: le parole del mestiere – III

Vi avevamo promesso di esser giunti all’ultima parte del glossario dedicato ai termini tecnici e alle espressioni gergali usate da chi lavora nel mondo dell’editoria. Le numerose segnalazioni che ci sono giunte ci costringono a prevedere una terza e poi una quarta puntata, per poi tornare a occuparci di argomenti più variegati. A uso e consumo di correttori di bozze, redattori editoriali e stagisti freschi di master, ecco dunque altri dieci suggerimenti. Chi si fosse perso le puntate precedenti, può trovarle qui e qui.

  1. Uniformità, uniformazione: è un concetto chiave per chi lavora nell’editoria, collegato a quello delle norme editoriali (vedi). Il principio è grossomodo il seguente: tutti gli elementi del testo devono tassativamente essere omogenei fra loro, per cui se io trovo “ONU” (Organizzazione delle nazioni unite) devo controllare nelle norme editoriali come è previsto che si debbano scrivere le sigle, e accertarmi (magari con il trova-sostituisci) che in tutti i casi in cui questa sigla compare la grafia sia sempre la stessa, e non Onu, O.n.u., O.N.U. Ma anche che non compaiano degli UN (United nations), a meno che il contesto lo richieda. Questo vale per qualunque elemento: numeri, nomi, riferimenti bibliografici, note, sintagmi particolari (per esempio: “sciroppo d’acero” o “sciroppo di acero” in un libro sulla cucina canadese? E in conseguenza di ciò, “succo di uva” o “succo d’uva”? “De I promessi sposi” o “Dei Promessi sposi” in un saggio di letteratura?). Buona parte delle uniformità da applicare sono segnalate nell’elenco delle norme editoriali, ma ogni lavoro richiederà le sue: meglio armarsi di foglio (di carta o elettronico) e appuntare le uniformità relative al singolo volume, da aggiornare via via e passare poi a chi si occuperà della bozza dopo di voi. Come fare delle scelte, in caso di dubbio? 1) Confrontando casi paragonabili all’interno del medesimo volume o in altri volumi della stessa collana; 2) Ricorrendo ad autorevoli strumenti per la lingua italiana e per il settore d’interesse (giuridico, tecnico…) in modo da stabilire qual è la forma più corretta. Siate estremamente scrupolosi in questo: meglio perdere mezz’ora sullo sciroppo d’acero che mezz’ora nell’ufficio del capo, dopo che il massimo esperto di aceri gli ha mandato un’e-mail velenosa.
  2. Norme editoriali o norme redazionali: l’insieme di regole che garantiscono l’uniformità (vedi) delle pubblicazioni di un editore. Molte sono comuni a tutti, altre sono peculiari della casa editrice, della collana, del singolo volume. Ne abbiamo parlato diffusamente e abbiamo raccolto un elenco di base qui.
  3. Riscontro: quando voi indicate sulla stampata, tramite i simboli della correzione di bozze, le vostre correzioni, l’impaginatore provvederà a inserirle. Poi girerà la nuova stampata a voi o a un altro sventurato (stagista, in genere: è l’occupazione tipica!) per fare il riscontro, ovvero controllare riga per riga che tutte le vostre correzioni siano state inserite correttamente. E’ un lavoro noioso ma indispensabile.
  4. Pesce: nessuno ha mai saputo spiegarci perché si chiami così, ma se vi capita di incontrare l’indicazione “pesce” sulla bozza sappiate che sta a indicare una parola “saltata”, rispetto all’originale, al momento di inserire delle correzioni. Se per esempio voi avevate annotato a margine l’aggiunta “Il correttore di bozze lavora sempre sulla carta” e vi ritrovate “Il correttore di bozze sempre sulla carta”, bene, quello è un pesce e chi compie il riscontro (vedi) deve segnalarlo, reinserendo la parola mancante.
  5. Collazione: termine mutuato dalla filologia, indica l’operazione di riunire in un unico documento le correzioni fatte da due persone diverse. In editoria ciò viene fatto soprattutto quando l’autore restituisce la propria bozza corretta (in genere è la prima bozza), e il redattore deve integrare le indicazioni e modifiche fatte dall’autore con le proprie, per poi fornire il tutto all’impaginatore. Il quale le inserirà tutte e vi sottoporrà una nuova bozza, su cui fare il riscontro (vedi) e poi la successiva lettura.
  6. Definitiva o definitivo: così viene chiamato il file che viene inviato allo stampatore a lavoro concluso, perché lui lo usi per produrre la cianografica (vedi). A questo stadio siamo ancora in tempo per piccole correzioni residue, ma solo se è indispensabile.
  7. Cianografica: spesso abbreviata in “ciano”. Una volta si chiamava così perché era una stampata il cui inchiostro appariva blu (ciano, appunto). Era realizzata con un particolare procedimento che utilizzava vapori di ammoniaca, dunque puzzava orrendamente, faceva pizzicare il naso e i polpastrelli ma aveva un indiscutibile fascino. Oggi il nome è rimasto per designare quella bozza definitiva che il tipografo prepara una volta ricevuti i file per la stampa, e che viene sottoposta al redattore perché dia un’attentissima controllata finale, verificando che non manchi nulla, che le ultime correzioni siano state inserite, che numeri di pagina e testatine siano a posto… Nella fase della cianografica, pena la decapitazione, si possono fare solo correzioni indispensabili. Il prestigio sociale di un redattore passa anche attraverso le saltuarie (vedi) che restano nella sua ciano.
  8. Saltuarie, residue…: come il demonio, hanno molti nomi. Sono le correzioni che l’impaginatore ha dimenticato di inserire, e che dopo il riscontro (vedi) il redattore segnala. Se si tratta di una seconda o terza bozza, o della cianografica (vedi), in genere per non costringere l’impaginatore a sfogliare l’intera stampata in cerca delle suddette si usa indicarle con un antiestetico post-it che sporge dal margine. Ragion per cui è impossibile mantenere un ufficio ordinato e stivare le bozze in contenitori formato A4.
  9. Menabò: prima di consegnare allo stampatore la definitiva (vedi) in genere si compila una specie di tabella che riproduce fedelmente la struttura del libro, indicando per ogni pagina se è bianca, se contiene un’immagine, se ospita l’inizio di un capitolo. Esempio: pag 1. – bianca; pag. 2. – copyright (vedi); pag. 3. – frontespizio; pag. 4 – bianca; pag. 5 – introduzione; pag. 8 bianca; pag. 9 – Capitolo primo. Come si compone un menabò. Per capire meglio potete dare un’occhiata alla definizione che ne dà Wikipedia, corredata da immagine. Attenzione: per i lavori che comprendono una grafica complessa, spesso invece del semplice elenco viene fornita una specie di “bozza in miniatura” (ad esempio 2 o 4 doppie pagine rappresentate in un unico foglio) per aiutare chi stampa a controllare di non aver saltato o invertito qualche pagina.
  10. Costa, piatto, quarta di coperta: la copertina viene controllata maniacalmente da più persone, perché è la più esposta al cosiddetto “elefante nella stanza”, ossia un errore talmente evidente che sfugge a tutti. Per esempio, il titolo riportato nella costa o dorso corrisponde a quello indicato sul piatto e nel frontespizio? E il nome dell’autore? Quanto alla struttura della copertina, la quarta di coperta, o più semplicemente “quarta”, è il retro della copertina e si oppone al “piatto” o “prima di coperta”, il davanti. Contiene in genere ISBN, prezzo, codice a barre e molto spesso un testo atto a presentare il libro e una breve biografia dell’autore (che talvolta è invece raccolta nelle alette). Entrambe cose che spesso vengono scritte dallo stagista: se vi chiedono “Buttami giù la quarta” vi stanno chiedendo questo. In genere l’avrete già scritta per la scheda promozionale (vedi), ma forse è toccato allo stagista che vi ha preceduti…

Alla prossima!

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