Correzione bozze: il criterio di uniformità (di nuovo)

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Nessuna intenzione di crocifiggere il redattore o i redattori cui è sfuggita la questione. Su un testo corposo e su una parola di questo genere possiamo quasi concederci il lusso di dire: “Chi se ne accorge?”. Ma sono sicura che lo avete trovato a colpo d’occhio, quel “pompon” lassù che fa a botte con il “pon-pon” là sotto. L’occhio lo vede, e se si tratta di un pompon può decidere di ignorarlo, ma se si fosse trattato del nome di una battaglia all’interno di un saggio di storia, o di un’isola in un romanzo di pirati, certo il lettore attento si sarebbe giustamente arrabbiato: per questo tutto ciò che compare almeno due volte nello stesso libro deve essere uniforme, dai toponimi ai puntini di un elenco. Quello dell’uniformità è uno dei cardini di un buon lavoro editoriale, forse il più sfuggente nell’immaginario comune riguardo al mestiere di correttore di bozze. In un caso del genere come ci si deve comportare?

Il primo livello di uniformazione che si deve applicare a un testo si trova nelle norme editoriali, ovvero quell’insieme di standard che vanno applicati a tutte le pubblicazioni di un dato editore, o collana (esempio: come si scrivono le sigle, tutte in maiuscolo, con il puntino o con la prima maiuscola? Come si mettono le virgolette nei dialoghi?). Non sempre esiste un normario, e a volte va creato o integrato (così).

Naturalmente il normario non coprirà tutta la possibile e foltissima casistica di difformità della bozza. Sopperiranno tre criteri: il buon italiano, il buon senso e il criterio di maggioranza. Per esempio, supponiamo che le norme redazionali del testo qui fotografato impongano di limitare, ovunque possibile, l’uso del trattino per separare parole composte (come vice-presidente) e per estensione in tutti i casi in cui è sensato farne a meno. Immaginiamo di trovare nella bozza un 80% di “pon-pon” e un 20% di “pompon”. Il criterio di maggioranza suggerirebbe di uniformare con “pon-pon”. Visto che le norme non amano i trattini, però, saremmo portati invece a uniformare “pompon”. Nella scelta è bene farsi aiutare, quando ciò è risolutivo, da una consultazione di solide fonti. Nel caso specifico, per esempio, la Treccani registra “pon-pon” come “adattamento”, l’Accademia della crusca non ne parla, un giro su Wikipedia (fonte non sicura di per sé, ma utile per farsi venire dei dubbi) ce lo pone come derivato dal francese pompon. Un tour dei dizionari francesi e italiani pare confermare che il termine esatto sia “pompon”, dato che l’altra forma spesso non compare nemmeno come adattamento o forma meno comune. Il buon italiano e il buon senso ci fanno quindi decidere per “pompon”.

Come evitare di lasciare qualche… pon-pon in giro? Non è sufficiente sostituirli tutti nella bozza che stiamo correggendo: è essenziale aggiungere questa voce all’elenco delle uniformità relative al libro, per poi passare la lista a chiunque debba mettervi mano dopo di noi. Sarà utile anche per ricordarci, se il testo tornerà nelle nostre mani prima della stampa, di verificare nuovamente che tutte le uniformità impostate da noi siano state rispettate durante le successive fasi di revisione. La scelta che abbiamo fatto dovrà guidarci anche, in qualità di precedente, per scelte successive che abbiano una somiglianza con il caso appena descritto, in modo che si crei un’uniformità anche nelle ragioni delle nostre decisioni.

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