Guerra al burocratese (e alle “parole orrende”)

Un’iniziativa editoriale di Tic Edizioni ci ha divertiti molto. Si tratta di una raccolta di “parole orrende” magnetiche, con cui comporre “frasi orrende” sul frigorifero di casa. Ci pare un esercizio assai catartico per noi correttori di bozze ed editor.

Come immaginavamo, molte di queste orrende parole appartengono al “burocratese” (quello contro cui già Calvino si scagliava tanto tempo fa chiamandolo giustamente antilingua) o a quello che potremmo chiamare “ufficiese”, ossia il terribile gergo in stile apericena (appunto) che alberga fisiologicamente nelle comunicazioni fra colleghi. Nulla di male nel conversare da una scrivania all’altra chiedendo al collega di whatsappargli qualcosa, downloadargli qualcos’altro oppure rispondere a una domanda con “vai tra, zeta problemi”.

I problemi sorgono quando (e accade spesso) le parole orrende da ufficio, da verbale di polizia, da report aziendale vanno a finire nei romanzi, nelle traduzioni dei romanzi, nei testi promozionali che devono riempire i siti web.

Allora scatta la giusta battaglia contro il burocratese, cui intendiamo aizzarvi. Usare parole semplici e corrette non significa necessariamente impoverire o banalizzare. Eliminare le ripetizioni è importante, ma la nostra lingua conta molti sinonimi gradevoli e “letterari” che permettono di evitare quelli dall’aria tecnica. E dunque, il marito non è assente per motivi di lavoro, è via per lavoro. I figli non vanno in visita d’istruzione, vanno in gita con la scuola. E non partono alle 6.30 ma alle sei e mezza. Il giudizio per il tema svolto è il voto del tema. Il telefono dell’amante non risulta non raggiungibile, è spento. Il soffitto non è soprastante Luigi, è sopra la sua testa. Chi guida non segue le indicazioni riferitegli da un amico, segue la strada che l’amico gli aveva descritto. Anna non si recò dal dentista, ci andò. John non eseguì un perfetto tuffo, lo fece. E cosa dovremmo dire della frase “nella suddetta scuola il già citato preside impartiva il terrore”? Per non parlare dei dialoghi: «Sarai inoltrato al più vicino Comando di polizia!» (non suona affatto minaccioso); «Ragazzo» disse il docente «dammi il tuo nominativo!» (nemmeno questo suona minaccioso).

Tutti gli esempi sono rigorosamente tratti dalla vita reale. Aiutateci a fermarli.

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